«Non ho tempo»

Quando spendersi per gli altri diventa esasperante

cambiamento; carisma; educatore; missione; oratorio; priorità; tempo
15 Aprile 2024
Micaela Castro

L’ORATORIO NEMICO DEL TEMPO

“Ma quanto tempo libero hai per dedicarti all’oratorio?”

Tante volte mi sono sentita rivolgere questa domanda su dove trovassi il tempo nelle mie intense giornate e spesso la domanda veniva non solo da chi non condivideva la mia esperienza ecclesiale, ma anche da chi frequentava come me parrocchie e gruppi. Altrettante volte mi sono sentita rispondere “Non ho tempo, mi spiace!”. Io stessa mi sono interpellata spesso sulla giusta suddivisione del tempo da offrire ai tanti e molteplici aspetti della mia vita e su come imparare, alla soglia dei sessant’anni, a discernere il tempo da dedicare a ciò che vivo quotidianamente. Il tempo è un bene prezioso - è un dono di Dio! - che non vogliamo ‘sprecare’, ma a volte non siamo capaci di comprendere a fondo le nostre reali priorità, di comprendere che esso non funziona come lo “spazio” - modificabile come il tetris - bensì gli è superiore! (cfr. Evangelii Gaudium, 222)

La Scrittura ci insegna a vivere il tempo non semplicemente come uno scorrere inesorabile in un contenitore (chrónos) - a non viverlo come lo spazio, appunto! - ma come un percorso di scelte e di azioni che ci conducono verso la meta, la salvezza, la nuova Gerusalemme (kairós). Le comunità educanti dei nostri oratori sono, invece, spesso in crisi perché sembra sempre mancare il tempo per realizzare le tante ‘cose’ (altra espressione spazializzata) che abbiamo previsto, programmato.

Ci sentiamo chiamati a spenderci per gli altri, ma a volte usiamo questo tempo, che ci è donato, in modo tale da esasperare noi stessi e quelli che ci accompagnano in questo cammino comunitario.

Come qualcun altro diceva su questo blog, anche noi iniziamo a non sentirci molto bene: da dono per vivere felici a risorsa che genera sofferenza e ansia, come la mancanza di ossigeno. Educatori esasperati da tempi inconciliabili, che sbattono la porta perché l’oratorio gli “ha tolto la vita”. Avrebbe dovuto donarla.

Negli ultimi anni ci accorgiamo sempre più spesso di quanto sia necessario guidare le comunità ed i singoli educatori ad un discernimento costante della Storia ed in particolare i giovani educatori che hanno bisogno di formarsi nell’arte del discernimento per impostare e costruire la loro vita, per saperla rinnovare di continuo. La ricerca di Rita Bichi e Paola Bignardi dal titolo “Cerco, dunque credo?” rileva che la percentuale più alta di allontanamento dai contesti ecclesiali è per il cosiddetto “allontanamento evolutivo”, un allontanamento costante inesorabile, dovuto al passare delle età e del chronos e che porta ad un’amara considerazione: non c’è “spazio” (appunto!) per il servizio in oratorio con l’arrivo della vita adulta, è inconciliabile! L’oratorio rimarrà, dunque, una parentesi. Rinnovare la propria vita, discernere è “competenza” necessaria per stare al mondo. Non capire dove e come Dio mi chiama da adulto è, in fondo, non capire granchè. E la tentazione dietro l’angolo è quella per cui “siccome spendersi per gli altri è esasperante” non vale granchè come opzione. La tentazione è nelle semplificazioni pericolose e il tentatore vuole mettere in discussione la Carità. Ancor peggio con gli educatori adulti: un adulto che vive il servizio in oratorio come da ragazzo, semplicemente non è adulto, rinnega la sua Verità. E non vi è carità senza verità.

LA FONTE DEL TEMPO

Un criterio di discernimento ce lo da ancora Papa Francesco:

“Il problema non sempre è l’eccesso di attività ma soprattutto sono le attività vissute male, senza le motivazioni adeguate, senza una spiritualità che permei l’azione e la renda desiderabile. Da qui deriva che i doveri stanchino più di quanto sia ragionevole, e a volte facciano ammalare. Non si tratta di una fatica serena, ma tesa, pesante, insoddisfatta e, in definitiva, non accettata. Questa accidia pastorale può avere diverse origini. Alcuni vi cadono perché portano avanti progetti irrealizzabili e non vivono volentieri quello che con tranquillità potrebbero fare. Altri, perché non accettano la difficile evoluzione dei processi e vogliono che tutto cada dal cielo. Altri, perché si attaccano ad alcuni progetti o a sogni di successo coltivati dalla loro vanità. Altri, per aver perso il contatto reale con la gente, in una spersonalizzazione della pastorale che porta a prestare maggiore attenzione all’organizzazione che alle persone, così che li entusiasma più la “tabella di marcia” che la marcia stessa. Altri cadono nell’accidia perché non sanno aspettare, vogliono dominare il ritmo della vita. L’ansia odierna di arrivare a risultati immediati fa sì che gli operatori pastorali non tollerino facilmente il senso di qualche contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce”. (Evangelii Gaudium, 82)

In maniera simile, il fondatore del Centro Oratori Romani, Arnaldo Canepa, adulto convertito all’oratorio quando la sua vita umana e professionale erà già bella che costruita, amava sottolineare ai suoi catechisti nel 1947 come «nella maggioranza dei casi la mancanza di tempo è piuttosto l’espressione di mancanza di convinzione: non si è pienamente persuasi della grande importanza della nostra missione che è non di insegnare delle risposte a memoria, ma di fare dei cristiani» (cfr. Cari catechisti, Arnaldo Canepa).

Onde evitare facili moralismi, non è tanto invocare al maggior impegno e criticare che la “partecipazione è in crisi”. Ma di trovare la fonte del tempo. Che è in Dio stesso. E nello Spirito. E quindi in ciascuno di noi. In quella, che, da altre parti, abbiamo definito la nostra missione personale.

La missione personale è ciò che ciascun ragazzo può trovare in oratorio, così da renderlo adulto, così da trovare la fonte del tempo, e scoprirsi amato e accolto e desideroso di donarsi, di spendersi per l’educazione, al mutare delle vicende della vita. Divenire adulto è avere una missione personale.

Adultità non quindi come età dell’abbandono ma come via per la pienezza del servizio. In questo senso, in oratorio servono adulti.

 

DALLA LEADERSHIP AL MANAGEMENT

Avere una missione personale significa dunque centrarsi sia sulla propria leadership, sulla consapevolezza profonda di sé e della propria missione adulta, che sul management, ovvero sulla gestione delle nostre risorse, tra cui la più preziosa di tutte, il tempo. Il noto autore Stephen Covey sostiene questo e aggiunge che per essere adulti e per realizzare la propria leadership è importante fornirsi di regole che aiutino a scegliere correttamente come vivere il proprio tempo.


Nel suo testo più conosciuto “Le 7 regole per avere successo” Covey affronta la situazione della vita adulta come sempre più sospinta dalla dipendenza dall’urgenza: non realizziamo prima ciò che è più importante ma siamo continuamente sollecitati da ciò che riteniamo più urgente. La soluzione, secondo l’autore, è liberarsi da questa dipendenza e cambiare paradigma utilizzando come criterio di scelta non più l'urgenza, bensì l'importanza.

Ma cosa distingue ciò che è urgente da ciò che è importante?

Importante è ciò che realizza la nostra missione personale (ciò che noi definiamo come priorità), l’urgenza è la priorità del mondo. E come ci ricorda Giovanni, noi siamo chiamati a essere "nel mondo ma non del mondo" (Gv 17,14)

Continua poi, Covey, con uno schema che può aiutare a discernere e a indirizzare la propria vita - di servizio ecclesiale e non! - ponendoci obiettivi che possono guidarci verso una vita secondo Dio e quindi verso ciò che rappresenta il meglio per noi e la nostra missione personale.

Emergono due prospettive:

  1. In quale quadrante della mia vita si trova l’oratorio? In cosa è radicato? E’ frutto delle urgenze e delle contingenze della vita oppure contribuisce a realizzare la mia missione? L’oratorio è inserito nella mia fonte del tempo o piuttosto è uno dei tanti “spazi” da occupare?
  2. Come comunità educante dove stiamo procedendo? Il nostro gruppo di educatori è consapevole della propria missione? Dove dedichiamo e chiediamo ad altri di dedicare energie e risorse? Più avanti, in questo blog, ci chiederemo cosa significa per un gruppo di educatori acquisire una “finalità condivisa”.

Il leader, l’adulto, secondo Covey, avrà cura di dedicare tempo sufficiente al quadrante II perché sa che è ciò che lo accresce, che realizza la sua missione. L’educatore adulto considera l’oratorio tra i “perni” della sua vita e della sua missione e il tempo che spende per il suo servizio lo arricchisce, è tempo “importante”. Ma le nostre comunità educanti oscillano spesso tra i quadranti I e IV, una “fionda” del tempo, specchio della “fionda” tra clan e mercato. Perché le nostre comunità non sono adulte.

SOS ADULTI

Per questo si rende evidente la necessità di adulti che non solo siano coinvolti nelle tante attività pastorali ma davvero ‘ingaggiati’ a prendersi cura, nel tempo e con il tempo necessario, delle giovani generazioni. Le nostre comunità hanno sempre più necessità di adulti nella fede, mentre spesso incrociamo adulti eternamente giovani, una sorta di ‘adulescenti’ che, pur avendo alle spalle anni di esperienza, proseguono a camminare come se non dipendesse da loro, dalla loro leadership, da una missione profonda.

Possiamo chiederci se questo atteggiamento, che ha sicuramente origini ben più complesse, come spiega chiaramente Armando Matteo nella sua riflessione sull’eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni (cfr. il suo testo Pastorale 4.0), non sia anche il frutto di una eccessiva richiesta di cose da fare piuttosto che di una reale cura della comunità nei confronti di questi adulti. Quanti di questi hanno ricevuto, dopo la formazione di base dell’iniziazione cristiana, una concreta ed adatta proposta di proseguire nel cammino e non si sono invece fermati a quanto appreso in età giovanile. Come è possibile trasmettere una fede adulta alle giovani generazioni se non si è ricevuto un ‘pane’ nuovo, adatto ad età e condizioni di vita, che possa guidarci verso un discernimento efficace e che ci accompagni davvero alla salvezza e non semplicemente a compiti da svolgere?

I giovani hanno bisogno di testimoni, di scoprire che è davvero possibile realizzare la propria vita senza tralasciare o abbandonare il servizio al Signore e alla comunità, senza esaurire le proprie energie fisiche e spirituali, senza perdere il filo di quella chiamata che abbiamo vissuto all’inizio e che spesso dimentichiamo nella folle corsa verso i risultati che ci siamo posti. C’è bisogno di educatori adulti, testimoni e leader.

«Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire»

A ognuno di noi è stato, in un tempo preciso della nostra storia personale, donato un giorno come quello vissuto dai discepoli di Emmaus (Lc 24,28-35). Tornavamo stanchi e avviliti alle nostre vite di adulti quando il Signore si è messo in cammino accanto a noi e ha percorso con noi e per noi un pezzo di cammino. Non ci ha costretto a tornare a Gerusalemme, ad affrontare subito dolori e delusioni, ma ci ha dedicato un tempo prezioso per donarci una Parola nuova sulle nostre vite. Ha preso del tempo per passarlo con noi, del tempo significativo dove riprendere i fili della Scrittura e condurci a comprenderla secondo il punto di vista di Dio.

Ognuno di noi ha in mente quel giorno, quel tempo preciso, in cui si è sentito visto, accompagnato, formato alla Parola, sfamato con il Pane e poi inviato ai fratelli per testimoniare il Risorto. Chi non ricorda quell’incontro, quegli occhi, quel volto, quel cuore che ardeva nel petto e quel desiderio di raccontare quanto vissuto?

Ogni adulto che incrociamo nel nostro apostolato ed ogni giovane che accompagniamo, hanno diritto a riscoprire (o anche a viverlo per la prima volta se necessario) questo incontro che cambia davvero la vita, questo “tesoro nel campo” (Mt 13,44-46)

Il tempo si è fermato per noi quel giorno e mai avremmo voluto che finisse. “Rimani con noi, Signore, che si fa sera”. Questo è il tempo della grazia che ci risolleva dalla sabbia della strada che abbiamo percorso, tra stanchezza e dolore per i nostri insuccessi. Questo è il tempo in cui abbiamo riconosciuto il Signore, Dio della vita e del tempo, che ci ha consegnato una missione nuova e una gioia infinita. Questo tempo vogliamo di nuovo far sperimentare a chi sceglie il servizio, perché spendersi per il Signore diventi una gioia che non si dimentica, un pane che non si esaurisce, una Parola che ci resta nel cuore e che segna per sempre la nostra esistenza.

Ci è chiesto di farci compagni di viaggio di coloro che il Signore ci affida per aiutarli a trovare o ritrovare nella propria vita quello sguardo, a prendersi il tempo necessario per incontrare nuovamente il Signore ed offrirgli la nostra vita di servizio per un tempo che sia grazia per molti e soprattutto per quei piccoli a cui siamo mandati. 

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