La mentalità di processo e la scoperta dell'acqua calda

O di come ho capito perché si studiano chimica e fisica al liceo classico

02 Luglio 2024
Veronica D'Ortenzio

Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n’è altro (Dt 4,39)

Penso che questo versetto del Deuteronomio (cfr. anche la relazione del filosofo Petrosino presso il PIME di Milano) suggerisca molto bene il motivo per cui il Centro Oratori Romani ha deciso d’intraprendere un profondo processo di discernimento per un cambio di paradigma. Dio è “in cielo come in terra”, per questo per trovarlo bisogna puntare in alto e allo stesso tempo alle profondità... e sulla terra ci sono le persone: per puntare in alto bisogna dunque andare verso l’altro. Ma è proprio scendendo sulla terra che quest’ultima viene a mancare: intrapreso questo processo di cambiamento, all’inizio la sensazione più forte, anche nella sottoscritta, era lo spaesamento. Ma una cosa in questi anni l’ho capita (in realtà mi è stata data occasione d’impararne tante): non bisogna aver paura dell’imprevisto, perché è lì che risiede la possibilità di arrivare a ciò che per noi da soli sarebbe impensabile. Cristoforo Colombo ce lo insegna. La storia è nota a tutti, almeno nei suoi dati fondamentali, sin dalle elementari: 12 Ottobre 1492, Colombo con tre caravelle pensa di essere arrivato in India, e invece no, è in America. Perché no, la terra non è piatta, ma è tonda. Un po’ come la nostra realtà che non è (più?) lineare, ma complessa. Colombo vive questa come una sconfitta: in effetti il suo progetto è in tutto e per tutto fallito. Ma, di fatto, Cristoforo Colombo passerà alla storia come lo scopritore dell’America. Che poi, il continente americano c'era da quel dì e ci abitava pure un sacco di gente, con un suo linguaggio e una sua storia. Cristoforo Colombo ci insegna, dunque, che ascoltando gli “autoctoni” - cioè uscendo dalla nostra autoreferenzialità - il nostro vocabolario si può arricchire  di parole nuove e di una lingua nuova, con la quale rileggere la propria esperienza di Chiesa.

(“La scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo” di Salvator Dalì, 1958, “Museo Dalì”, Saint Petersburg, Florida)

 

PAROLE E SIGNIFICATI

Una parola interessante è appunto processo. Io amo le parole, in particolare quelle che hanno più significati. Della parola “processo” la Treccani elenca, tra i significati, come primo quello di “svolgimento, sviluppo successivo, proseguimento” e, solo come quarto, quello di “complesso delle attività e delle forme mediante le quali vengono risolte le controversie tra due soggetti da un terzo imparziale e disinteressato (il giudice)”. E’ in questo campo di significati che spesso ci si sente naufraghi in questi anni, come su una zattera: alcune volte il processo intrapreso sembra un’avventura pionieristica, un aprire con il machete dei sentieri nuovi, carichi di uno zelo che spesso solo i neofiti hanno. Altre volte, però, viene da mettere “sotto processo”... il processo stesso, soprattutto contrapponendolo al progetto che, per chi si occupa di pastorale, negli ultimi anni era diventato una specie di totem, di simulacro. Ecco la terra mancare sotto i piedi: cosa ne sarà di bisogni e destinatari, di modelli ADDIE e dei powerpoint sulla differenza fra obiettivi e finalità? Non gli succederà proprio niente. Eravamo pronti con gli striscioni a manifestare contro la soppressione del progetto, ci siamo preparati a provare un dolore enorme come per un lutto importante, ma fermi tutti, tranquilli, il progetto sta benissimo! Si è solo trasformato da bruco a farfalla, libero di volare, perché alleggerito dalla responsabilità di funzionare sempre.

Un’altra cosa che ho imparato in questi anni è il concetto di polarità. Io ho frequentato il liceo classico e per me i numeri sono sempre risultati una lingua aliena. Preferivo comunque la fisica alla matematica: ricordo che la mia professoressa spiegò i vettori tramite un grafico... e a me le immagini hanno sempre fatto capire di più le cose rispetto alle parole (non a caso dopo il liceo classico ho studiato storia dell’arte)! Disegnò una barchetta e ci spiegò che per far attraccare nei porti una nave di grandi dimensioni, questa veniva attaccata a due rimorchiatori, che per farla andare avanti la tiravano da due parti opposte… EPIFANIA! Andare in direzioni opposte allora non sempre significa non avere lo stesso obiettivo. Insomma: nelle materie scientifiche sono rimasta a dir poco scarsa, ma grazie professoressa Nocera, perchè senza volerlo mi hai fatto capire cosa sono le polarità!

Il processo permette al progetto di generare più potenziale, lo catalizza.

Un altro concetto che mi era piaciuto tantissimo al liceo era proprio quello dei catalizzatori, ovvero di queste particolari specie chimiche capaci di aumentare la velocità delle reazioni. Negli ultimi anni ho provato  ad accompagnare alcuni staff territoriali. Gli staff territoriali sono team che si sono costituiti come soggetti agenti nel territorio con l’obiettivo di creare reti e relazioni tra oratori limitrofi per attivare processi di cambiamento di mentalità e di proposta negli oratori, per ricreare un network di oratori romani in relazione tra loro così da riconfigurare tutta la relazione tra i soggetti pastorali attivi negli oratori e il Centro Oratori Romani (COR). Al momento sono attivi circa 7 staff territoriali con circa 40 oratori collegati tra di loro. In pratica, mi occupo di aiutare gli staff a capire quale può essere il loro ruolo negli oratori verso cui sono chiamati. Anche loro, come Cristoforo Colombo, non sono chiamati ad inventarsi niente ma a “catalizzare”. In animazione di comunità si dice facilitare, ma il concetto è simile.

Il processo è come una molla: è generativo, permette alle persone di fare un salto in avanti, di andare oltre ciò che si erano prefissati.

Ma la molla-processo avrà sempre bisogno di tornare su sé stessa, di fermarsi un attimo, di prendersi una sosta e non andare avanti in modo diretto. Ecco, quei giri, quelle soste, sono i progetti: momenti in cui i processi hanno bisogno di calarsi a terra per ricaricarsi di valore, per sperimentare e tornare a rielaborare. Senza i progetti, i processi non esisterebbero, sarebbero un mero errare nomade, senza meta. Senza i processi, i progetti ricadono su sé stessi, non vanno avanti, tornano al punto di partenza. Se un progetto ti dice che per andare in montagna ti devi portare le scarpe adatte e per andare al mare il costume, il processo ti dice di mettere entrambi nello zaino, decidere insieme agli altri dove andare, capire cosa succede ed essere pronti a incontrare un lago dove farsi il bagno, mentre si cammina verso una vetta.

Molto spesso, quando si parla di processualità in pastorale, il pensiero che tutti hanno nei minuti iniziali è: “E quindi?”. A oggi il processo, ancora troppo nuovo come stile per essere standardizzato in metodi e ricette, paga lo scotto del concetto di apprendimento: quando parlo con questi staff presenti sul territorio intuisco che alcune prospettive sono chiare ma non apprese. Apprendimento è un sapere che sa nutrire il fare. Dopo un paio d’anni di quest’esperienza di accompagnamento pastorale dei soggetti attivi nei territori ho pensato ad alcune immagini, alcune rampe di lancio, alcuni blocchi di partenza per avviare processi in oratorio.

Il concetto di “desiderio”

Una delle prime fatiche che questi staff territoriali hanno incontrato è stata la relazione nascente con le comunità educanti e con i soggetti responsabili nella pastorale... La relazione che si può instaurare più facilmente consiste in una richiesta di servizi (formazione, sussidi, ecc..), in una dinamica di offerente-acquirente o, in alternativa, una richiesta di “personale”, in una dinamica medico-paziente. Entrambe queste soluzioni appaiono più facili ma inevitabilmente sacrificano la possibilità che la comunità possa attivare nuove processualità.  La via più ardua è proporre alle comunità educanti qualcosa che ancora non desiderano... Come fare? Raccontando la storia che ci ha portati a loro: "io desidero entrare in relazione con te” e “suscitando un desiderio”. Attenzione, non stiamo parlando di “indurre” un desiderio come in una disonesta dinamica di marketing (ricadendo nell’offerta di servizi).

“Suscitare il desiderio” negli oratori significa far vivere loro esperienze che facciano toccare con mano il cambiamento possibile.

Formarsi insieme raccontandosi cosa funziona e cosa no, ascoltare le testimonianze di chi ha fatto alcune esperienze prima di noi, di solito ci offre un amo, un gancio. E’ utile inoltre abitare le occasioni importanti per le comunità: feste patronali, momenti identitari, celebrazioni sentite… essere sentinelle (vegliare e vigilare) e antropologi (stare con loro, abitare con loro).  Essere, in sostanza, esploratori di mondi. (CFR Marinella Sclavi, “Arte di ascoltare e mondi possibili”)

Il concetto di “essenza”

Il processo non ha obiettivi (altrimenti sarebbe un progetto!), ha delle finalità... Il concetto di “desiderio” dovrebbe stimolare a non camminare sempre per gli stessi sentieri, ma intraprendere percorsi nuovi, meno sicuri ma certamente carichi di novità, meno battuti e per questo anche meno stancanti.

Cosa emana dal nostro oratorio? Cosa ci racconta la nostra storia?

Quali dimensioni sono fondanti, ma magari dimenticate? Il nostro è un oratorio con una particolare vocazione missionaria? O magari è un oratorio che sente molto l’ambito caritativo? E’ un oratorio che ha un legame forte con l’iniziazione cristiana? E’ un oratorio che padroneggia molto bene i linguaggi del teatro e della musica? E’ un oratorio frequentato soprattutto da famiglie o che si trova in un quartiere con caratteristiche particolari? Eccole presto dette le tappe del nostro viaggio! Ciò che gli oratori sono è l’essenza che emanano una volta che vengono annusati e “shakerati”. Bisogna avere fiuto!

Il concetto di “scenari”

Suscitato il desiderio, percepita una fragranza, è ora di mettersi in gioco, è ora che lo spettacolo abbia inizio! Il processo spesso è una sorta di “recita a soggetto”: si ha un canovaccio, ma si recita a braccio, il che non vuol dire del tutto improvvisare. A volte le persone hanno “solo” bisogno di essere messe sullo stesso palco e iniziare a dialogare intorno a uno stesso tema. Le esperienze possono essere messe insieme per analogie o per differenze: potrebbe succedere che un oratorio abbia una difficoltà che per un oratorio potrebbe invece essere un punto di forza! Mettere insieme è come un telo teso su cui vengono messi dei corpi: il telo si deformerà. Così è per le reti di persone: metterle insieme modifica ciò che c’è intorno e genera cambiamento, che a quel punto va “solo” accompagnato.

Il concetto di “liquidi di contrasto"

Il coordinatore del progetto “Parrocchie e Periferia” per cui lavoro ci ripete sempre che per essere animatori di comunità bisogna perturbare. A volte si può essere come degli iniettori dei liquidi di contrasto che occorrono per avere dei ritorni, delle cartine tornasole, come quando si fà una TAC: iniettare un reagente che permette di vedere dentro. Non fare cose, lasciare che l’organismo le faccia; essere scintille e vedere cosa si innesca. La sfida non è portare una comunità educante a fare ciò che noi vogliamo, ma ciò che loro sono chiamati a fare.

 

Se il progetto è un lavoro di gruppo, il processo è un gruppo di lavoro (Cfr G.P Quaglino, S. Casagrande, A. Castellano, “Gruppo di lavoro. Lavoro di gruppo”, Raffaello Cortina Editore). Se il progetto è la famiglia di origine di ciascuno di noi, che genera coinvolgimento per appartenenza, il processo è la famiglia che scegliamo e che genera appartenenza per coinvolgimento. Il processo è il solo che può generare non una Chiesa capace di attirare solo i talenti di cui ha bisogno, ma una Chiesa che sa modificarsi per accogliere i talenti che incontra. Per essere attivatori di processi e Chiesa contemporanea, aggiornata sui tempi che corrono, bisogna uscire innanzitutto da noi stessi e dai nostri schemi. Per riuscire bisogna uscire e per uscire bisogna sempre chiudere qualcosa, come quando ci si assenta per tanto tempo da casa e si controlla di aver chiuso il gas. “Successo” è participio passato del verbo “succedere”: per avere successo, bisogna che qualcosa succeda. Bisogna essere lievito, farsi piccoli e da dentro far crescere tutto. Essere come il sale nell’acqua che sparisce, ma le dà sapore: la soluzione è in una soluzione. Ma anche nello studiare comunque fisica e chimica anche se fai il liceo classico e ti piace la storia dell’arte!

 

(“L'alchimista scopre il fosforo cercando la Pietra Filosofale”, di Joseph Wright of Derby, 1795,  Derby Museum and Art Gallery)

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